Mulino Zanini, antichi mestieri sul Dese

Il Mulino Zanini  si trova sulle sponde del fiume Dese e fino agli anni ’70 macinava le sue farine. Il Dese è un fiume di risorgiva di soli 50 kilometri che nasce nei pressi della località Brentanella di Resana, in provincia di Treviso, e, dopo aver attraversato la provincia di Padova, sfocia di fronte all’isola di Torcello. Un corso d’acqua interamente percorribile a cavallo e a piedi, importante nei secoli scorsi per i suoi numerosi mulini ora ridotti ad una decina. La nascita dei mulini ad acqua ha origini molto lontane nel tempo e nello spazio. Secondo le fonti i primi mulini son stati inventati, in Oriente, nel I secolo avanti Cristo, anche se il mulino moderno, come lo intendiamo noi, si afferma solo dal VIII secolo d.C. E’ in quel periodo infatti che inizia a scarseggiare la manodopera proveniente dal mediterraneo (leggete schiavi) e si deve trovare un altro modo per macinare le farine. Mantenere un mulino era molto caro. Si pagava il diritto sul corso d’acqua, le macine e le ruote dovevano essere riparate di continuo. Molta la farina da produrre per rendere fruttuosa l’attività. Per questi motivi i primi proprietari non potevano essere che i signori e i monasteri.  Per mantenere questo privilegio e la ricchezza derivante venne creata una vera e propria tassa sulla molitura e per non pagarla i contadini producevano in casa la farina per i propri fabbisogni. Fino a che fu obbligatorio portare il grano ( e non solo) al mulino. Ma anche al frantoio per fare l’olio o al forno per fare il pane. Spesso veniva dato in concessione per lo sfruttamento.

A fine del ‘700, come conseguenza dell’invenzione delle macchine a vapore e della sempre maggiore richiesta di farine per pastifici e industria dolciaria, si passa dal mulino tradizionale allo stabilimento industriale.
Con la nascita del mulino nasce anche un nuovo mestiere, quello del mugnaio. Nell’immaginario collettivo il mugnaio viveva in lenta armonia con la natura, lavorava con il dolce rumore dell’acqua… Nella realtà non era affatto così. Nei mulini il rumore era assordante e la manutenzione era continua. Non erano ben visti dai contadini perché lavoravano (forse) di meno di loro e trattenevano una parte della farina per se e per il signore. Diciamolo pure: era una figura con una pessima fama. Alla Cappella degli Scrovegni, infatti, è possibile vedere un mugnaio condotto all’inferno. Le leggende narrano che ad un certo punto i mugnai dovevano scegliere il loro patrono lasciando una colomba libera di posarsi su una statua raffigurante il santo prescelto tra quelle a disposizione. Alla fine la colomba si posò su una statua ma quella di un diavolo!
A Sant’Ambrogio di Trebaseleghe troviamo proprio il mulino Zanini, in attività fino a qualche decennio fa. Il restauro del 2000 (ancora in corso) ha riportato quasi alle origini una struttura del ‘500-‘600 probabilmente nato su quello che  era un convento. Le pale non ci sono più ma nel muro sono ancora presenti i fori che accoglievano le assi. Diversi sono gli elementi a testimonianza dell’antichità del mulino. E’ ben visibile l”imbarcatura” di uno dei muri, i travi esterni sono originali e sulla parete che si affaccia sul fiume è presente lo stemma con il leone di San Marco simbolo della Serenissima.
Curiosa anche la lapide, nella stessa parete, dove si leggono alcuni numeri: probabilmente stanno ad indicare una distanza (dal mare? dalla sorgente?), una specie di pietra miliare. Le ruote sono a decorare il giardino esterno ma avvicinandosi e toccandole si può notare la diversa grana. Grane diverse per usi diversi.
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Entrando è come se il tempo si fosse fermato.
Attrezzi lì fermi come in attesa di essere usati ancora una volta. Tavole scricchiolanti e alle pareti ancora un cartello con i prezzi della molitura.
E penso alle chiacchiere, ai rapporti sociali, alle idee che circolavano in quello che doveva essere un luogo d’incontro come l’osteria o la bottega.

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